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di Davide Bianchini

 

 

Il ruolo dell’arbitro

Scena di vita vissuta.

A: “Basta dire cazzate”.

G: “Ma come parla? Cosa sta dicendo?”

A: “Io sono l’arbitro e dico quello che mi pare!”

A sta per arbitro. G per giocatore. Quello che avete letto è un dialogo realmente accaduto, su un campo di basket. L’ho sentito con le mie orecchie. Sapete perché? Perché quel giocatore (definizione ambiziosa) sono io. Non è mia invece la bocca da cui sarebbero le “cazzate”, come le ha definite il fischietto; ma poco importa, come poco importa quali potessero davvero essere quelle parole, comunque espresse in modo urbano e dal contenuto non offensivo.

Ora io mio chiedo: è questo l’atteggiamento giusto con cui rapportarsi a chi, non più giovanissimo, dopo il lavoro si diverte ancora a giocare insieme agli amici in un campionato amatoriale?

Quelle parole hanno stonato e non poco in un clima di reciproca correttezza tra due squadre composte da giocatori che si conoscono da sempre. Persone perbene.

Non vi dirò chi è l’arbitro, nè quale sia la partita in oggetto. Ho semplicemente voluto condividere un momento che ha reso poco piacevole la serata al di là di aver vinto o perso.

Da giornalista, ascoltando le riflessioni di colleghi più anziani, ho sempre giudicato l’efficacia e il livello di un arbitro dalla sua capacità di rendersi invisibile alla cronaca, senza per questo mancare di autorevolezza. Per tenere in pugno una partita non serve alzare la voce, a qualsiasi livello.

Non me ne voglia l’arbitro, qualora dovesse riconoscersi. Può capitare una giornata pesante, e di lasciarsi scappare frasi infelici fuori contesto. La mia è una riflessione più ampia. A portare tutti in palestra, anche su palcoscenici scalcinati, è la passione per lo sport. Vale per gli atleti come per i direttori di gara. Certi atteggiamenti però, che tanto mi ricordano i giochi d’infanzia in cortile – “Il pallone è mio e decido io” – lasciamoli a casa.

d.bianchini@linformazione.com

07:59 - 17 novembre 2011